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domenica 3 febbraio 2019

Residenze Torlonia


Non è un'operazione sciagurata come quella di Via Ticino, e si tratta di sostituire un edificio comunque brutto, ma la disinvoltura con cui avvengono queste operazioni immobiliari comunque preoccupa. http://www.residenzetorlonia.it/


sabato 2 marzo 2013

Via Crucis laica tra gli scempi del III Municipio



Si è svolta oggi la Via Crucis laica tra gli scempi del III Municipio, una manifestazione di impegno e partecipazione civile promossa dai cittadini aderenti ai vari comitati di salvaguardia dei Quartieri Nomentano e San Lorenzo, una prima preziosa occasione di confronto e conoscenza tra di noi.

martedì 18 gennaio 2011

Basta con le ruspe salviamo l'Italia

CEMENTIFICAZIONE

In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio, l'equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme. E con il piano casa il processo ha avuto un'accelerazione. Appello per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia troppo tardi di CARLO PETRINI

Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell'Italia, un'enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l'avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani.

I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future. Circa due anni fa su queste pagine riportavamo che l'equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un'area equivalente sei volte a Piazza Duomo a Milano. E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d'Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all'agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.

Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po' per l'Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall'articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l'installazione d'impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal "Movimento Stop al Consumo del Territorio". In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici - quelli mangia-agricoltura - essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati.

Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall'alluvione che l'ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l'equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.

Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d'importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l'osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un'indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un'impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male: l'Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s'impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso.

Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l'ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall'oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un'energia pulita anche da noi nell'ennesimo modo di lucrare a danno della Terra. Anche del fotovoltaico su suoli agricoli abbiamo già scritto su queste pagine, prendendo come spunto la delicatissima situazione in Puglia. I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l'impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d'Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell'eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento "Stop al Consumo del Territorio", tra i più attivi, e subito salta agli occhi l'elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.

Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l'eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l'obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l'Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni. Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E' come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.

Il problema poi s'incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l'agricoltura da un po' di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell'Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: "I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa". Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l'agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.

Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell'edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.

Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell'Agricoltura, quello dell'Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni. Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di Stop al Consumo del Territorio, il Fondo Ambientale Italiano, le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d'accordo e disposti a unire le forze. È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l'urlo di milioni d'italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un'ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c'è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l'anima, tutti i giorni. 
(18 gennaio 2011)

martedì 2 novembre 2010

Un cubo di cemento dietro la Casina delle Civette

Ecco il progetto del Museo della Shoah: un cubo di cemento dietro la Casina
delle Civette, ad altissimo impatto ambientale ed architettonico.
Sicuri che non sia meglio ripensarci?

martedì 20 marzo 2007

Un luogo sbagliato per il Museo della Shoah






Disse Veltroni il 25 aprile 2004: "Verrà bandito un concorso per scegliere il migliore architetto del mondo". Un anno dopo viene annunciato che a costruire il Museo saranno gli architetti Luca Zevi e Giorgio Tamburini.

E chi sono?

Beh, il primo è figlio d'arte: suo padre, dal quale ha preso il cipiglio severo, era Bruno Zevi, storico e critico dell'architettura. Sua madre è Tullia Zevi, figura di spicco dell'ebraismo italiano. Lui è responsabile culturale della comunità ebraica romana. Un nome importante, sicuramente, ma sarebbe difficile sostenere che l'arch. Zevi sia il 'migliore architetto del mondo'. La sua biografia ci dice che si è laureato nel '76 e che ha svolto un'intensa attività progettuale (tra cui, il caso vuole, anche il progetto preliminare di un Museo delle Intolleranze e degli Stermini a Roma), ma ha costruito davvero pochino: tra i suoi progetti realizzati il significativo - ma bruttino - "Memoriale ai Caduti del bombardamento di S. Lorenzo del 19 luglio 1943", sempre nel Quartiere di S. Lorenzo a Roma.

Quanto a Giorgio Tamburini... ma non era lo stesso direttore dei lavori del palazzone che, dopo anni di lotte e di ricorsi, stava per essere costruito nel 2004 proprio a ridosso della casina delle Civette?

E soprattutto: si è mai fatto un concorso ? Pare proprio di no. Possiamo chiedere dunque come si è arrivati alla designazione dei due progettisti? E' una domanda alla quale un'amministrazione democratica e trasparente dovrebbe rispondere...

E adesso vediamo il progetto: "La costruzione sarà di tre piani, di cui uno seminterrato, per non dare ombra ai palazzi circostanti. In tutto 10 metri d'altezza su circa 1.300 metri quadrati di base, che ne svilupperanno circa 2.500 di spazi calpestabili, per mostre permanenti e temporanee, percorsi audiovisuali, una sala conferenze di 150 posti, una biblioteca. All'esterno si presenterà come un parallelepipedo nero e lucido con un’enorme facciata liscia incisa dai nomi degli ebrei italiani deportati nei campi di concentramento dai nazisti".

Facciamo un po' di conti? 10 metri quadrati in elevazione, più almeno cinque in interrato = 15 metri di altezza x 1.300 mq di superficie... fa 19500 mc. Quasi ventimila metri cubi di cemento e si ha il coraggio di dire che sarà una struttura a basso impatto ambientale?

L'inaugurazione è prevista per il 16 ottobre 2008, sessantacinquesimo anniversario della deportazione degli Ebrei Romani del 1943. Visto quante volte sono stati inaugurati l'Auditorium e il Museo dell'Ara Pacis, la data è puramente indicativa: non vuol dire che i lavori saranno davvero finiti per quel giorno. Ma questa volta i lavori potrebbero iniziare sul serio, visto che la contesa di campanile con Ferrara, città che, anch’essa, voleva ospitare una museo nazionale dell'Olocausto, si è risolta a favore di Roma.

Il museo della Shoah della Capitale, infatti, oltre a ricevere l’appoggio di una delle comunità ebraiche più antiche e più numerose d’Europa ha anche delle caratteristiche simboliche che non potevano essere trascurate. La sua sede, ad esempio, sorgerà all’interno del parco di Villa Torlonia (entrata in via Alessandro Torlonia) a pochi metri di distanza dalla dimora storica di Mussolini. Una vicinanza voluta quasi come un contraltare della storia.

Quanto al progetto, probabilmente Bruno Zevi si sta voltando nella tomba vedendo il tronfio monumentalismo di suo figlio. Un parallelepipedo nero di dieci metri è già brutto di suo. Quanto a scolpire i nomi dei caduti sulle pareti, l'idea non è affatto originale, visto che è stata già tentata al Vietnam Veterans Memorial di Washington, e più volte replicata. In effetti la sensazione di 'deja vu' è fortissima: pare di vedere una riedizione, in forma ridotta e assai più lugubre, del Monumento ai Caduti delle Fosse Ardeatine (il quale però ha più spazio intorno).

Ma soprattutto, non occorre essere dei geni dell'urbanistica per capire che il luogo dove dovrebbe atterrare questo disco volante è del tutto inadatto: già in Via Torlonia gli autobus passano a fatica, cosa succederebbe se un solo torpedone turistico con una scolaresca tentasse di parcheggiare?




lunedì 25 luglio 2005

Cemento a Villa Torlonia? No grazie, anche se è a fin di bene...

Per molti anni gli abitanti del Nomentano hanno lottato per salvare dalla speculazione edilizia un terreno adiacente a Villa Torlonia, dietro la Casina delle Civette.
Nel 2005 il Comune ha deciso di acquistare quel terreno e destinarlo all’edificazione del Museo della Shoah. Il fine è certamente più nobile, ma la sostanza non cambia: il risultato sarà pur sempre la cementificazione di un’area verde a ridosso di una villa storica, con importanti preesistenze archeologiche, in un quartiere per di più già congestionato dal troppo terziario.
Non siamo contro il Museo della Shoah: si deve certamente fare, ma in luoghi che abbiano maggiore attinenza al dramma dell’Olocausto: per esempio al Ghetto, oppure alla Stazione Tiburtina, da dove partirono i vagoni per i campi di concentramento. Villa Torlonia non ha bisogno di altro cemento.

Quella del lotto di terreno vicino a Villa Torlonia è una classica storia di speculazione edilizia anni 60, degna di un film di Alberto Sordi:

Negli anni 60 il vicino convento di Monache vende il suo orto a una società immobiliare, che prepara piani di sviluppo edilizio. I residenti, e il Comitato di Quartiere fanno battaglie, petizioni, ricorsi, bloccando la cementificazione finché l’anno scorso il Consiglio di Stato, del tutto inaspettatamente, e invertendo una precedente giurisprudenza, dà ragione alla proprietà immobiliare, che comincia lestamente a gettare le fondamenta di un edificio per uffici e residenze.
Ciò proprio dietro la Casina delle Civette, e in un terreno dove sono presenti numerosi reperti archeologici, che alcuni operai affermano essere stati rinvenuti e sollecitamente distrutti. C’è il tracciato della antica Via Nomentana e ci sono anche le Catacombe di Villa Torlonia a pochi passi.

Il Comune decide di fermare i lavori e di offrire alla proprietà immobiliare un altro terreno edificabile in permuta. Invece di destinare l’area a verde pubblico e a zona di rispetto monumentale, inopinatamente il Comune decide di edificarvi il Museo della Shoah.

Domanda: se il terreno viene edificato per un uso pubblico anziché per uno privato, cosa cambia all’atto pratico? Sempre cemento nel verde è…

Noi residenti diciamo basta a questa urbanistica dell’estemporaneo, fatta senza pianificazione né discussione democratica, e senza valutazioni dell’impatto di un’opera. Qui c’è già così tanto traffico, perché la zona è stata trasformata selvaggiamente ad uso uffici. Cosa diventerebbe con torme di scolaresche e di visitatori?

Nessuno provi a dire, per favore, che siamo i soliti "Nimbies", quelli che dicono "dovunque ma non nel mio giardino". Noi residenti abbiamo difeso – e continueremo a difendere – Villa Torlonia per tutti, non solo per noi stessi. Il “nostro giardino”, in questo caso, non è affatto 'solo nostro' , ma è un Parco pubblico di 14 ettari a servizio di tutta la città.

Sarebbe facile scambiare la contrarietà alla cementificazione di Villa Torlonia con qualche equivoca manifestazione antisemita. In parole povere, non siamo contrari al Museo della Shoah, siamo contrari alla cementificazione di Villa Torlonia.

Pertanto abbiamo prospettato soluzioni alternative.
Vicino al Ghetto ci sono i depositi dell’Opera al Circo Massimo, che durante la candidatura olimpica si pensava di destinare ad un Museo dello Sport. Se poteva andarci il Museo dello Sport può andarci il Museo dell’Olocausto.
Alla Stazione Tiburtina invece c’è molto spazio libero, ed è un’area che sarà sottoposta nei prossimi anni a un radicale ridisegno architettonico ed urbanistico, ottimamente collegata anche con la metropolitana.

Queste due ipotesi non vanno bene? Può darsi: questo non vuol dire che l’unica alternativa rimasta sia Villa Torlonia.

L’analogo Museo di Berlino, opera dell’Architetto Liebeskind è un monumento di grande impatto emotivo e visivo, mentre l'area prescelta è stretta dagli edifici, su una via abbastanza stretta e alberata, il fronte stradale è di appena due metri. Il Museo della Shoah sarebbe praticamente invisibile se non da Villa Torlonia, dove peraltro rovinerebbe del tutto la prospettiva della Casina delle Civette.

Insomma vogliamo creare un monumento per nasconderlo o peggio deturparne un altro?

DICIAMO SI AL MUSEO DELLA SHOAH, MA NO AL CEMENTO DENTRO VILLA TORLONIA !!!