lunedì 28 marzo 2011

Partecipazione consiglio straordinario del Terzo Municipio su Villa Blanc

Ora
mercoledì 30 marzo · 16.30 - 18.00


Luogo
Via Goito 35


NOTA SU VILLA BLANC: Il complesso situato in Via Nomentana 216 in Roma è costituito da oltre quattro ettari di parco con specie pregiate delimitato da Piazza Giovanni Winckelmann, Via Ridolfino Venuti, Via Onofrio Panvinio e Via Giuseppe Vasi. Al suo interno sono presenti un casino nobile realizzato alla ...fine dell'Ottocento con criteri stilistici, dal classico al rinascimentale al pre-liberty, innovativo per l'epoca ed assolutamente unico nel suo genere e altri edifici minori. Dal 1953 l'area è sottoposta a vincolo ambientale e paesaggistico e dal 1974 il parco è classificato come verde pubblico. Dal 1997 la proprietà, tuttora in condizione di forte degrado, è passata per la somma di 6.5 miliardi di lire all'università privata LUISS, che ha successivamente presentato un progetto per il trasferimento della facoltà di Economia ed i relativi servizi nella Villa, chiedendone contestualmente il passaggio di destinazione d'uso da verde pubblico a servizi. Il nuovo Piano Regolatore Generale di Roma ha confermato la destinazione d'uso a verde pubblico sull'intera area di Villa Blanc. Dal 2002 al 2008 sono state condotte delle trattative tra la giunta capitolina e la LUISS per il trasferimento dell'intero complesso al Comune di Roma, senza alcun esito.

NOTA SUL COMITATO VILLA BLANC: Formatosi spontaneamente nel 2001 per iniziativa di cittadini del Nomentano-Lanciani a valle della delibera del commissario straordinario al Comune di Roma numero 37 del 2001, il Comitato Villa Blanc ha come obiettivo quello di riportare l'attenzione delle istituzioni e del pubblico il problema della Villa storica sulla Via Nomentana in Roma, mai resa accessibile ai cittadini nonostante i vincoli urbanistici e paesaggistici. Dopo aver raccolto circa 2200 firme per evitarne la trasformazione in campus universitario e sollecitare un intervento politico che consenta al pubblico di usufruire per intero delle bellezze artistiche e ambientali di Villa Blanc, il Comitato si è reso disponibile a delineare con le autorità e gli enti competenti, un utilizzo del complesso compatibile con le caratteristiche storico-artistiche e urbanistiche dell'area ove sorge la Villa. Oltre a vari interventi sui principali mezzi di informazione ed al sito Internet www.villablanc.it (candidato al Premio Web Italia 2004 nella sezione Cultura), nel Giugno 2003 ha organizzato il convegno "Villa Blanc Un patrimonio da salvare per i cittadini", patrocinato dalla Presidenza del Municipio Roma 3, al quale hanno partecipato autorevoli esponenti del mondo culturale, sociale e politico e nel 2007 ha presentato con l'Istituto di Istruzione Superiore "Giosuè Carducci" di Roma, l'incontro "Villa Blanc: una questione irrisolta", nell'ambito del progetto "La Scuola adotta un Monumento".


venerdì 21 gennaio 2011

Degrado, degrado e ancora degrado

La foto di Google mostra com'era Via Nomentana, angolo Viale Regina,
direzione Montesacro, all'inizio del 2008. Subito dopo, in estate, un altro
maxicartellone.

La sanità riparte, gli abusivi pure....

Affissioni abusive e cartelloni pugno-in-un-occhio a Via Nomentana angolo
ReginaMargherita.
"Con la Polverini la sanità riparte"... Ed anche gli attacchini, a quanto
pare...

martedì 18 gennaio 2011

Basta con le ruspe salviamo l'Italia

CEMENTIFICAZIONE

In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio, l'equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme. E con il piano casa il processo ha avuto un'accelerazione. Appello per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia troppo tardi di CARLO PETRINI

Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell'Italia, un'enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l'avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani.

I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future. Circa due anni fa su queste pagine riportavamo che l'equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un'area equivalente sei volte a Piazza Duomo a Milano. E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d'Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all'agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.

Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po' per l'Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall'articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l'installazione d'impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal "Movimento Stop al Consumo del Territorio". In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici - quelli mangia-agricoltura - essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati.

Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall'alluvione che l'ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l'equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.

Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d'importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l'osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un'indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un'impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male: l'Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s'impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso.

Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l'ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall'oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un'energia pulita anche da noi nell'ennesimo modo di lucrare a danno della Terra. Anche del fotovoltaico su suoli agricoli abbiamo già scritto su queste pagine, prendendo come spunto la delicatissima situazione in Puglia. I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l'impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d'Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell'eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento "Stop al Consumo del Territorio", tra i più attivi, e subito salta agli occhi l'elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.

Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l'eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l'obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l'Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni. Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E' come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.

Il problema poi s'incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l'agricoltura da un po' di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell'Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: "I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa". Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l'agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.

Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell'edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.

Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell'Agricoltura, quello dell'Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni. Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di Stop al Consumo del Territorio, il Fondo Ambientale Italiano, le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d'accordo e disposti a unire le forze. È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l'urlo di milioni d'italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un'ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c'è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l'anima, tutti i giorni. 
(18 gennaio 2011)

venerdì 24 dicembre 2010

Serra Moresca, rinasce l'Alhambra di Roma

Dopo oltre settant'anni di degrado e almeno tre di restauro, Villa Torlonia si avvia a svelare uno delle sue gemme più preziose, il complesso della Serra e Torre Moresca. Un capolavoro architettonico realizzato tra il 1839 e il 1840 per il principe Alessadro Torlonia e pensato sullo stile del celebre palazzo reale di Granada, in Spagna. I lavori che dovrebbero concludersi entro il marzo 2011, sono costati complessivamente circa 4 milioni di euro. Al via anche il progetto di restauro della Grotta moresca che verrà completato, invece, entro il luglio dello stesso anno

VILLA TORLONIA

Così rinasce il castello delle meraviglie

Restauri quasi ultimati nei due edifici storici della Serra Moresca e dell'annessa Torre Visita

di LAURA LARCAN
Villa Torlonia sta per svelare un altro dei suoi gioielli unici, il complesso architettonico della Serra e Torre Moresca, considerato dagli studiosi l'Alhambra di Roma, perchè concepito sullo stile moresco del famoso palazzo reale di Granada in Spagna. Dopo oltre settant'anni di degrado, i lavori di restauro avviati nell'autunno del 2007 sono ora ad un passo dalla conclusione, prevista per marzo 2011, grazie all'impegno della Sovraintendenza comunale ai beni culturali con un finanziamento di 4 milioni di euro (fondi Roma Capitale).

Capolavoro di eclettismo, il complesso venne realizzato tra il 1839 e il 1840 per il principe Alessandro Torlonia come una sorta di raffinata Disneyland ottocentesca di corte, frutto dell'estro visionario di Giuseppe Jappelli che si ispirò proprio al castello spagnolo.
Con un'operazione delicatissima che ha impegnato gli ultimi otto mesi di cantiere, le monumentali vetrate arabeggianti, realizzate da un artigiano romano su disegno originale con vetri soffiati importati dalla Germania, appaiono oggi rimontate sulle griglie di ghisa, a scandire tre pareti della Serra (lunga 25 metri, larga 12 e alta circa 8). All'interno, sulla quarta parete in muratura spiccano i finti tendaggi ad effetto trompe l'oeil, e la fontana-ninfeo che sarà ripristinata, mentre la copertura lascia vedere le capriate in castagno ridisegnate sul modello originale, rivestite di pannelli in vetro.

La Torre diventa, poi, uno spettacolo delle meraviglie. Lungo la scala elicoidale rivestita con l'originaria decorazione a pois bianchi su fondo beige, si scopre la macchina speciale per l'intrattenimento degli ospiti. Una sorta di montacarichi circolare rotante con baldacchino che dalla cucina, dove veniva imbandito a buffet, saliva alla splendida altana moresca per i commensali dei Torlonia. Meccanismo che sarà ripristinato. Al via, anche il progetto per il ripristino della Grotta moresca, che si concluderà entro la fine di luglio 2011.

È stata l'attuale Sovraintendenza comunale a garantire le risorse in bilancio, 930mila euro che serviranno per recuperare i resti della grotta artificiale estesa per circa un ettaro. Qui il principe Torlonia entrava in carrozza, tra laghetti, ruscelli, ponti sospesi, con rivestimenti di finte stalattiti. In questa ultima tranche di lavori rientra anche la sistemazione dell'area esterna, con un recinto anti-intrusione e l'illuminazione. Quanto all'utilizzo della Serra, l'assessore capitolino alla Cultura Umberto Croppi spiega: "Stiamo predisponendo una gara d'appalto per la gestione dei servizi del vicino Teatro Torlonia. La Serra potrebbe rientrare in questo sistema di valorizzazione. L'altra ipotesi è che diventi il Museo dell'arte del giardino, su cui bisogna definire un piano di fattibilità e trovare le risorse".

24 dicembre 2010

domenica 14 novembre 2010

Una mostra per scoprire i segreti dell’antico teatro di Villa Torlonia

Una mostra per scoprire i segreti dell'antico teatro di Villa Torlonia
Sino al 16 Novembre 2010, al Casino dei Principi di Villa Torlonia a Roma sarà aperta la mostra «Teatri d'Invenzione». Si tratta di una selezione di circa 20 fotografie a colori dal grande formato realizzate da Carlo Gavazzeni. La mostra racconta al pubblico la vita segreta del Teatro di Villa Torlonia, il suo passato controverso, la sua esistenza ricca di tracce. Il teatro, per decenni in stato di abbandono, era infatti all'origine come uno scrigno prezioso di opere d'arte.

Roma, i segreti del teatro di Villa Torlonia in venti maxifotografie di Gavazzeni
di Andrea Cuomo - Il Giornale
L'artista milanese presenta fino al 16 novembre al Casino dei Principi della villa capitolina un progetto curato da Gianluca Marziani e finanziato da Pirelli che racconta ai visitatori vita segreta e rumori del tempo di un luogo dal passato miserioso e dal futuro scintillante
È uno dei capolavori dell'architettura ottocentesca capitolina, ma la storia del Teatro Torlonia, nell'omonima villa, è fatta più di ombre che di luci. Lunga la gestazione del progetto, commissionato nel 1840 a Quintiliano Raimondi da Alessandro Torlonia e Teresa Colonna e terminato soltanto trentuno anni dopo; poche le rappresentazioni di cui si hanno tracce; lunga invece la stagione dell'abbandono, a cui si sta ponendo fine oggi con un restauro frutto di un accordo tra il comune di Roma e il gruppo Pirelli al termine del quale il teatro sarà inserito nella programmazione culturale della città.
In questi giorni al Teatro di Villa Torlonia, bizzarro caso di teatro di corte alla francese, è dedicata la mostra «Teatri d'Invenzione», pensato da Carlo Gavazzeni per il Casino dei Principi della stessa Villa Torlonia su progetto di Gianluca Marizani e la collaborazione di Valentina Moncada. Gavazzeni, milanese, 45 anni, presenta una selezione di una ventina di fotografie a colore di grande formato che raccontano al grande pubblico la vita segreta di uno spazio dal passato controverso, dalla vita sotterranea eppure pulsante, ricca di tracce che hanno inciso segni profondi e vitali. Un viaggio nelle memorie segrete di un luogo speciale, tra disgregazioni e crepe, luci mistiche e vite violente, sporcizia e alchimie affascinanti.
Un viaggio archeovisionario tra energia della memoria e intensità fotografica. Gavazzeni ha colto le sottili sfumature nascoste nel teatro, i rumori del tempo, le crepe della bellezza resistente. Lo ha fatto con la sua speciale attitudine iconografica, frutto di luci emozionali, chiaroscuri impressivi, tagli decostruttivisti delle ombre, angolazioni non casuali. Un modello fotografico che ricalca la lenta pazienza degli antichi pittori fiamminghi ma anche dei grandi paesaggisti dell'Ottocento italiano. Un atteggiamento che cambia il volto stesso dell'uso fotografico, scovando la sua natura pittorica, il senso prospettico dello sguardo ambizioso, le sensibilità per ogni variazione di luce evocativa. «La sequenza fotografica - scrive Marziani - ci riporta nel paradiso perduto di un anfratto romano. Percepisci lo stridore dell'apocalisse da camera e il suono planetario della solitudine archeologica. Il teatro di Gavazzeni lascia parlare la natura che riprende lo spazio dell'istinto, racconta i colori del pulviscolo e delle lame di luce improvvisa. Si narra di muri come diari trasgressivi, pagine di scritture coatte (in senso gergale e molto romano) su cui si appuntavano rabbia, eccitazione, paura, stupidità, amore. Attorno alle frasi riaffiorano decorazioni, storie dipinte, sculture ferite. I vuoti di Gavazzeni sono densi di anidride storica, le superfici senza poltrone sono intrise di voci sottomarine...».
La mostra, visitabile tutti i giorni tranne il lunedì dalle 9 alle 19 fino al prossimo 16 novembre (informazioni allo 060608 e all'indirizzo mail info@museivillatorlonia.it) è solo una parte del progetto «Teatri d'Invenzione». L'altro consistente momento è un grande e spettacolare volume, curato da Caterina Napoleone, che riproduce l'intero ciclo fotografico dedicato al Teatro di Villa Torlonia. Le immagini, tutte rigorosamente orizzontali, ci fanno scivolare in una sorta di narrazione teatrale senza attori sulla scena. Un palcoscenico vuoto eppure stracolmo, un luogo delle molte memorie e delle mille contraddizioni capitoline. Un viaggio nel tempo che il formato 48x25 centimetri restituisce con il massimo dell'attenzione tipografica.